Il fondatore

L'impresa alla base di Italjet

Sessantamila chilometri in un anno, in sella a una Ducati 175, per avventura, per curiosità, per sperimentare e perché no per propaganda: più di quarant'anni fa Leopoldo Tartarini partiva alla scoperta del mondo. In senso letterale. Il futuro fondatore di Italjet, in accordo con la Ducati, della quale era all'epoca pilota ufficiale, stabilisce infatti di effettuare un giro del mondo.

Sono gli anni delle grandi avventure, dei primi, timidi approcci alla luna. I viaggi, non ancora di massa, affascinano, suggestionano. Certo, non tutti, come Tartarini, sono pronti a tour della dimensione di 60.000 chilometri. E in effetti, anche nel caso dei due bolognesi, l'occasione di partire alla scoperta del mondo è dovuta alla convergenza di una serie di coincidenze che Tartarini ricorda così: "Gareggiavo come pilota della Ducati in competizioni di gran fondo come la Milano-Taranto. Per alcuni anni tutto ha funzionato al meglio. Poi ho avuto un brutto incidente e sono stato costretto a smettere con le corse. Avevo ancora un anno di contratto con la casa di Borgo Panigale, così abbiamo pensato di esaurirlo con qualche iniziativa propagandistica, magari a sfondo avventuroso. Prima ho pensato al periplo africano, poi ho alzato il tiro: perché non il giro del mondo?"

L'idea viene accettata e così Tartarini, che deve cercarsi un compagno di avventura, contatta l'amico d'infanzia Giorgio Monetti, un gran appassionato di moto. Il quale accetta subito con grande entusiasmo.

La preparazione del viaggio è cosa complessa. Bisogna stabilire un itinerario, tenendo conto della geografia, ma senza ignorare la politica. "Innanzitutto - racconta Tartarini - non era possibile attraversare la cortina di ferro, o la Cina. Insomma, ci abbiamo messo sei mesi a stabilire il percorso, da marzo a settembre, quando è avvenuta la partenza. E nonostante questo, a dispetto delle precauzioni, non abbiamo potuto fare a meno di imbatterci in tre rivoluzioni. In Irak, dove avevano impiccato re Feisal, in Siria e in Indonesia".

I due intrepidi motociclisti riescono a prendere il via alla scoperta del mondo il 30 di settembre del 1957. Da Bologna arrivano a Trieste, poi a Belgrado (Jugoslavia), Salonicco (Grecia), Istanbul (Turchia), Teheran (Iran), Karachi (Pakistan), Bombay e Delhi (India), Giacarta (Sumatra). In nave, i due raggiungono il Borneo, poi passano in Nuova Guinea e giungono in Australia, attraversandola in tutta la sua larghezza, da Darwin a Sidney. Ancora in nave per arrivare in Nuova Zelanda, poi ancora un'attraversata per raggiungere il Venezuela. Il viaggio prosegue quindi nell'America del sud: Caracas (Venezuela), Bogota (Colombia), Guayaquil (Equador), Santiago (Ciile), Buenos Aires (Argentina), Montevideo (Uruguay), Porto Alegre e Rio de Janeiro (Brasile). Ancora un passaggio in nave e i due raggiungono Dakar. Poi, in moto, l'arrivo a Casablanca, a Tangeri, a Gibilterra. Attraverso la Spagna e la Costa Azzurra il rientro in Italia.

Nel complesso, Tartarini e Monetti attraversano 42 nazioni. Costo complessivo dell'operazione, circa quaranta milioni, cifra che naturalmente va rapportata all'epoca. Per evitare che i due vengano "alleggeriti" da malintenzionati lungo il tragitto - preoccupazione tutt'altro che infondata, come dimostreranno poi i fatti - la cifra viene loro elargita tappa per tappa. Questo significa che il percorso andava seguito con rigidità, pena trovarsi ad affrontare una pericolosa mancanza di liquidi. Ma ad ogni tappa, i due raccolgono anche un bagno di popolarità, con conferenze stampa e giornalisti pronti a carpire indiscrezioni e notizie sulla singolare avventura dei due intrepidi motociclisti italiani.

Ma l'avventura - tutt'altro che salottiera - presenta più di un inconveniente. A Salonicco, "l'asiatica", brutta forma di influenza virale, costringe Tartarini e Monetti a vari giorni a letto, con il concreto timore di dover rinunciare a proseguire nell'impresa.

Ma di disavventure un percorso di 60.000 chilometri è disseminato.

"A Singapore in un locale, ci trovammo coinvolti in una gran rissa. Per questioni di donne, se ben ricordo. In nostro aiuto erano intervenuti alcuni cadetti della nave scuola Amerigo Vespucci, che in quei giorni si trovava nel porto di Singapore. Una scena da Far West - ricorda oggi Tartarini - con bottiglie, specchi e tavoli che volavano. Siamo stati anche rapinati, nella tappa tra Iran e Iraq. Mentre stavamo dormendo in tenda, sonno arrivati sette o otto predoni del deserto, armati fino ai denti. Hanno rovistato nelle nostre valigie, arraffato qualcosa, poi, senza proferire parola se ne sono andati, in sella ai loro cammelli. In Indonesia, abbiamo scontato la nostra somiglianza, almeno a detta dei locali, con gli olandesi, che erano appena stati cacciati dal neoinsediato governo di Sukarno: a noi l'equivoco è costato tre giorni in carcere, proprio a ridosso del Natale, prima di chiarire l'equivoco".

E poi ci sono i disagi causati dal clima. "In Nuova Zelanda abbiamo affrontato un diluvio, strade allagate, freddo polare - è il ricordo del futuro fondatore di Italjet - In compenso in Australia abbiamo patito un caldo atroce. Man mano che ci addentravamo nel deserto la temperatura cresceva, fino a 52 gradi. Seguendo la pista incontravamo i resti di animali morti per il caldo. Impossibile viaggiare di giorno, così riposavamo e ripartivamo di notte, ma col buio si andava pianissimo. Una notte si è forata una gomma, al buio ho tentato di ripararla, ma quando ho allungato la mano anziché la chiave ho afferrato la coda di un lucertolone che ha tentato di azzannarmi. In America latina abbiamo conosciuto le paludi e non è stato propriamente piacevole attraversarle con i caimani e le sanguisughe, entrambi desiderosi di assaggiare il nostro sangue!"

Ma le difficoltà non li fermano. Il viaggio, durato dodici mesi, si conclude a Bologna, in un bagno di folla esultante, il 5 settembre del 1958. Un anno dopo Leopoldo Tartarini fonderà l'Italjet.

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